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Femminilizzazione del linguaggio: un lavoro rivoluzionario

02-19-2021 13:56

Gabriella Campanile

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Femminilizzazione del linguaggio: un lavoro rivoluzionario

Tempo di lettura 4'

Le parole sono il principale strumento della comunicazione verbale e scritta: funzionano come un veicolo di significati comunemente ricondotti ad un determinato suono, generalmente unico e univoco.


Ad esempio, la parola “finestra” in linea di massima farà materializzare nella nostra mente un’apertura rettangolare all’interno di una parete verticale, formata da ante di vetro che ci permettono di guardare all’esterno. 


Il suono (o l’insieme di lettere) della parola “finestra” ci riconduce a una precisa immagine, che grazie alla nostra esperienza possiamo arricchire con dettagli personali: un’ampia finestra con infissi bianchi che dà sul mare, il resistente finestrino di un aereo o quell’anta un po’ vecchia nella nostra camera da letto, che si apre a fatica facendo un rumore infernale.


Spostando la nostra attenzione su gruppi di persone e sui loro comportamenti ed interazioni, le possibilità di astrarre dettagli e situazioni dalle immagini che ci sovvengono si moltiplicano all’infinito.


Come l’esperienza, anche i linguaggi che abbiamo acquisito ed interiorizzato influiscono in maniera determinante sul nostro modo di pensare (1) ed è per questo che nominare le cose diventa uno degli atti principali per la loro stessa manifestazione, intesa come il riconoscimento “tangibile” della loro esistenza.


Linguaggio ed esperienza si confrontano e mescolano a vicenda producendo il patrimonio della nostra immaginazione. Se, tuttavia, qualcosa manca a livello linguistico e/o esperienziale, risulterà estremamente complicato pensarlo, immaginarlo. 


Pensiamo, ad esempio, alla questione, peraltro estremamente dibattuta, dell’utilizzo di termini femminilizzati per l’espressione di cariche politiche e professionali rivestite da donne.


Gli studi di genere smascherano il predominante androcentrismo insito nelle espressioni lessicali, con la sua doppia valenza marcata – avente, cioè, una connotazione di genere – e non marcata, vale a dire riferibile ad entrambi i sessi in quanto neutra. Con lo studio «Quasi una rivoluzione» (2) l’Accademia della Crusca ha analizzato il dibattito relativo al sessismo linguistico in atto sia in Italia che all’estero, riscontrando nell’italiano una maggiore resistenza all’accoglimento di termini declinati al femminile, con una preferenza per il maschile non marcato o generico, che trova riscontro nel rifiuto della società, a tutti i livelli, di utilizzare termini con desinenze femminili per indicare cariche politiche e/o professionali. Spesso, anzi, la rivendicazione femminista di parole adeguate al genere degli individui si ritiene marginale, se non del tutto inutile o, addirittura, ridicola. Il problema, secondo una delle tesi evidenziate nel suddetto studio, risiede non tanto nella parola o nella sua forma, quanto nell’utilizzo che se ne fa nella vita quotidiana e nei media, il suo “prestarsi” a contenuti di dubbia utilità, spesso accompagnata da aggettivazioni superflue che sviliscono la donna protagonista del racconto. 


Ciò si dimostra tristemente vero specialmente nella lettura di articoli di giornale inerenti all’operato di donne di spicco per svariati motivi. 


Tuttavia, sottostimare l’importanza della forma di una parola è un errore che finisce con la legittimazione della scomparsa delle donne dall’immaginazione collettiva. L’uso del genere maschile al singolare non è né neutro né inclusivo se incorpora anche una componente femminile; al plurale, può svolgere una funzione inclusiva del femminile ma resta comunque non neutro in quanto l’utilizzo di una parola al posto di un’altra comporta necessariamente una modifica nell’atteggiamento di chi parla e di chi ascolta, contribuendo a verbalizzare stereotipi di genere che, a loro volta, sono veicoli di subordinazione (3).


Le parole e il loro significato intrinseco non sono staticamente oggettive, bensì evolvono nel tempo, contaminate dalla cultura e dall’esperienza, modificate dall’uso che se ne fa. In questo senso, allora, il genere non può essere considerato «soltanto una categoria grammaticale che regola fatti puramente meccanici di concordanza, ma è al contrario una categoria semantica che manifesta entro la lingua un profondo simbolismo» (Violi 1986 in Bazzanella 2010) (4) e tale simbolismo ancora oggi rimanda alla centralità del maschile, rispetto a una subordinazione linguistica (e non solo) del femminile, spesso anche autoimposta.


Immaginiamo, allora, di entrare in una stanza dove ci sono molte persone, perlopiù donne: «buongiorno a tutti!»; pensiamo, ancora, a una seduta parlamentare: è estremamente probabile che nella nostra mente si sia configurata l’immagine di un insieme di uomini   in giacca e cravatta, intenti a discutere dell’ordine del giorno in maniera più o meno educata. E le donne? Le donne, seppur con palesi disparità e difficoltà, esistono in politica, esistono nel mondo del lavoro e il rifiuto di utilizzare termini con concordanza di genere – in nome di un presunto neutro – contribuisce ad escluderle dall’immaginario collettivo. 


L’uso dei termini femminili è una tappa fondamentale del percorso verso l’utilizzo del linguaggio inclusivo. Se, tuttavia, aspettare un’evoluzione naturale potrebbe rivelarsi lungo e infruttuoso, è bene ricordare che esiste anche l’ipotesi di una rivoluzione consapevole e pensata del nostro modo di esprimerci: infatti, «poiché il genere opera nel e sul linguaggio, è possibile resistere alle forme di subordinazione mediante atti di sovversione linguistica» (Baldin 2016).


Fonti

  1. BAZZANELLA, C., voce “Genere e lingua” in Enciclopedia Treccani Online.
  2. GANE, Y.G (a cura di), MAZZARINI, C., ZARRA, G., Quasi una rivoluzione. I femminili di professioni e cariche in Italia e all'estero, Firenze, Accademia della Crusca, 2017.
  3. BALDIN, S., Eguaglianza di genere e principio antisubordinazione. Il linguaggio non discriminatorio come caso di studio, in «Genius» (Rivista online), n.1 2016.
  4. VIOLI, P., L’infinito singolare. Considerazioni sulla differenza sessuale nel linguaggio, Essedue. Verona, 1986

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