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Relatività e fluidità nella lingua: armi per l’italiano inclusivo

02-19-2021 17:33

Sydney

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Relatività e fluidità nella lingua: armi per l’italiano inclusivo

Tempo di lettura 6'

“L’uomo è un piccolo universo” (1). La celebre espressione attribuita a Democrito di Abdera (ca 460 a.C.- primi decenni del IV sec. a.C.) fa balzare alla mente anche al lettorə meno smaliziatə l’idea della molteplicità dell’umana esperienza e ci si aspetta che queste innumerevoli sfaccettature trovino una loro necessaria controparte linguistica, una modalità di espressione che renda visibile e soprattutto codificabile una sfumatura (o una non-sfumatura) fondamentale della persona, in particolare se di una comunità di persone dalle esperienze ed esigenze in qualche modo condivise e dall’identità consapevole. 
Siamo abituatƷ a una lingua che, per l’evoluzione che ha conosciuto, ha due generi morfologicamente marcati da desinenze :-o per il maschile e -a per il femminile (tuttavia non dobbiamo dimenticare che l’italiano presenta, basate sulla terminazione del singolare e del plurale, sei classi di nomi in cui non necessariamente emerge sempre a livello morfologico la correlazione -o/-a – maschile/femminile, e.g. in termini come “cantante” o “biro”). Si presenta, allora, una problematica che ha l’occasione non di “rovinare” la lingua italiana, da alcuni ritenuta “intoccabile”, ma di arricchirla dando la possibilità a persone che non si identificano nel binarismo di genere di rendere codificata, e a buon diritto, la propria identità, il proprio “piccolo universo”. C’è, insomma, l’opportunità di rendere l’italiano una lingua maggiormente inclusiva, una discussione che non è tanto nuova come potrebbe apparire. In un’ottica binaria si è posto e continua a porsi ogni giorno il problema del superamento del maschile sovra esteso (basta che a un gruppo di donne si aggiunga un solo uomo perché chi parli passi al maschile) (2) o della mozione, ovvero “il mutamento di genere grammaticale in rapporto al sesso” (3) (ma noi diremmo in rapporto al genere), ben ravvisabile nei nomina agentis come i nomi delle professioni o delle cariche politiche. Simili mutamenti appaiono difficili ad attuarsi non sempre per fondate ragioni linguistico-scientifiche ma per motivi per lo più extralinguistici, socioculturali se non ideologici. Tali resistenze sono ancor più visibili quando si tenta di aiutare la lingua ad uscire dal binarismo di genere, quando si tenta di mettere la lingua al passo con vissuti interiori da sempre presenti e quando si toccano quegli schemi della mentalità che sembrano, soprattutto a chi li ha interiorizzati in modo irriflesso, dei veri e proprio punti cardinali. 
Quali sono queste modalità che tanto spaventano certi parlanti italiano? Ne sono proposti e utilizzati diversi e proprio la presenza di più soluzioni fa emergere sia il tratto di “novità” di tali elementi all’interno del consueto e obsoleto sistema binario sia la discussione finalmente in atto ma a lungo ritardata da un intero sistema che non ama tali “novità”:

  • L’omissione dell’ultima lettera: Car tutt, siamo qui riunit…
  • Il trattino basso: Car_ tutt_, siamo qui riunit_…
  • L’asterisco: car* tutt*, siamo qui riunit*…
  • L’apostrofo: Car’ tutt’, siamo qui riunit’…
  • La chiocciola: car@ tutt@, siamo qui riunit@…
  • Lo schwa: Carə tuttə, siamo qui riunitə…
  • La u: Caru tuttu, siamo qui riunitu…
  • La x: Carx tuttx, siamo qui riunitx…
  • La y: Cary tutty, siamo qui riunity… (4)

Ognuna di queste soluzioni ha i suoi pro e i suoi contro, per lo più di natura linguistica, ovvero per motivi fondati. Per esempio lo schwa [ə] ha il merito di essere un fono noto all’area dialettale meridionale (lo si ritrova anche in inglese, come suono iniziale in about) ma può essere difficile da pronunciare per persone parlanti altri dialetti e non si può scrivere facilmente a computer (5); l’asterisco, invece, può dare difficoltà di lettura a persone con DSA, dunque non può presentarsi se non come soluzione temporanea e di rottura.
In tal caso, eventuali critiche verso l’uso di un determinato suffisso inclusivo sono costruttive, realmente affrontabili perché in possesso di contenuto scientifico e critico, anche laddove possono esserci elementi a prima vista extralinguistici, mentre ben altri tipi di critiche, come quelle dell’articolo di Mattia Feltri apparso sulla Stampa il 25 luglio e la risposta, collocabile, nella sua presa di distanza, su linee d’onda simili, della Crusca attraverso il suo presidente Claudio Marazzini, costituiscono esempi di un sistema che fatica ad accettare l’uso di un linguaggio inclusivo per un’eccessiva conservatività o, peggio, per motivi sì extralinguistici, ma eminentemente ideologici (qui in senso negativo). 
In casi del genere accade quel che è accaduto al lontano grammatico dell’Appendix Probi (6), che nello scrivere quali forme erano “aberranti” dalla “norma” e quali no (secondo uno schema “A non B”), finisce col presentarci forme da lui giudicate sbagliate ma che poi nascondevano in sé i futuri sviluppi dell’italiano. Per citare lo stesso Marazzini, si può affermare che “[…] L’errore, dunque, è una deviazione rispetto alla norma [noi diremmo rispetto a quel che è percepito come “norma”], ma nell’errore medesimo possono manifestarsi tendenze innovative importantissime”. (7) Esempi che possiamo trarre da questo documento sono: speculum non speclum , ma in italiano “specchio” deriva proprio da speculum>speclum>specchio, con passaggio di <-CL-> a <-cchi-> dei grafemi e [-kl-]>[-k:j-] nei suoni (stessa cosa per oculum non oclum e l’italiano “occhio”) o viridis non virdis, che è alla base del nostro “verde” (qui con cambiamenti dovuti al passaggio al nuovo vocalismo). Altro esempio di questi “movimenti” della lingua sono le strutture marcate e in particolare le dislocazioni (es. “il pane l’ho mangiato”; “l’ho letto il giornale; “a Milano, ci vado spesso per lavoro”; “non ci vado da mesi al parco”), esempi della libertà con cui l’italiano può collocare i costituenti frasali, seguendo una maggiore o minore funzione di un elemento nella struttura dell’informazione di un testo, a lungo combattuti nel corso della tradizione grammaticale italiana ma ormai entrati nella “norma”. (8) 
Questi due esempi significativi della storia linguistica latino-romanza e italiana fanno comprendere la relatività e la complessità insite nella definizione di “errore”, “norma” e finanche “standard” che non implicano alcuna fissità nella lingua né tantomeno una difesa di una certa forma giudicata “intoccabile” come quella della codificazione del genere. Tornando, allora, alla possibilità da perseguire di una lingua inclusiva non può che costituire ostacolo il fatto che le innovazioni (e non gli errori) per entrare nella “norma” devono superare una sorta di “censura collettiva” (9) in cui i grammatici e le istituzioni che rappresentano la “norma” (extra)linguistica (con tutto il loro carico ideologico e raramente critico) fungono da freni. Nondimeno, dinanzi a una tale trasformazione ed espressione come quella delle identità non-binarie non può porsi alcun argine: la forza di queste identità è troppo prorompente.

 


Fonti

  1. Diels, Hermann, Kranz, Walther, Die Fragmente der Vorsokratiker, vol. 2, VI ed., pp. 130-224, Berlino, 1952. Ἄνθρωπος μικρός κόσμος (Anthropos mikros kosmos) (fr. 34B Diels)
  2. Sabatini, Alma, Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana, in Sabatini, Alma (a c. di), Il sessismo nella lingua italiana, per la Presidenza del Consiglio dei Ministri e Commissione Nazionale per la Parità e le Pari Opportunità tra uomo e donna, 1987.
  3. D’Achille, Paolo, L’italiano contemporaneo, Bologna, 2003.
  4. Gheno, Vera, Lo schwa tra fantasia e realtà. Come superare il maschile sovraesteso nella lingua italiana. (https://lafalla.cassero.it/lo-schwa-tra-fantasia-e-norma/). Cons. il 19/08/20.
  5. Utile la risorsa online di (https://www.italianoinclusivo.it/)
  6. Marazzini, Claudio, La lingua italiana. Profilo storico, Bologna, 1994; Pisani, Vittore, Testi latini arcaici e volgari con commento glottologico, III ed., Torino, 1975; Poli, Diego, Il latino tra formalizzazione e pluralità, in Poccetti, Paolo, Poli, Diego e Santini, Carlo, Una storia della lingua latina, pp. 377-431, Roma, 1999; Roncaglia, Aurelio, Le origini¸in Cecchi, Emilio e Sapegno, Natalino (a c. di), Storia della letteratura italiana, vol. I, Milano, 1965;  Zamboni, Alberto, Alle origini dell’italiano. Dinamiche e tipologie della transizione dal latino, Roma, 2000.
  7. Marazzini, Claudio, La lingua italiana. Profilo storico, p. 148, Bologna, 1994.
  8. D’Achille, Paolo, L’italiano contemporaneo, Bologna, 2003; Palermo, Massimo, Linguistica testuale dell'italiano, cap. V, Bologna, 2013.
  9. Termine che ricorre in Marazzini, ibid.
  10. Vescio, Alessandra, Il difficile dibattito in Italia per un linguaggio inclusivo. (https://www.valigiablu.it/linguaggio-inclusivo-dibattito/). Cons. il 19/08/20.
  11. Qui il link per l’articolo di Mattia Feltri (https://www.lastampa.it/topnews/firme/buongiorno/2020/07/25/news/allarmi-siam-fasciste-1.39122109). Cons. il 19/08/20.

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