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C'è qualcosa che non quatrans

06-11-2021 19:16

Riccardo Celenta

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C'è qualcosa che non quatrans

Tempo di lettura 2'

All’alba dei miei diciotto anni, sentivo la necessità di capire e dare un nome a quel senso di scomodità che mi faceva dire, nella mia vita, “c’è qualcosa che non quadra”. Cercavo modi per non sentirmi in colpa o sbagliato per essere -o meglio, avere il dubbio di essere- un ragazzo trans, e conferme altrui che ciò che stava mutando era soltanto la percezione che io avevo di me stesso, non me stesso, ed assecondare quel naufragare m’avrebbe portato ad un mare dolcissimo.


Al tempo, m’incoraggiava cercare profili instagram di ragazzi trans da tutto il mondo che parlavano della propria storia. Se qualcun altro ce l’ha fatta a trovare la propria identità -pensavo- forse ho anch’io qualche possibilità. Senza soffermarmi sul problema della narrazione sui social network delle nostre vite, in quel periodo sentivo un forte legame empatico con loro e con le altre persone trans che mi circondavano, anche sconosciute, incrociate due minuti alla fermata dell’autobus o viste in una foto, per il solo motivo che erano come me: trans. Mi domandavo se anche loro mi riconoscessero tra la folla, e desideravo mi vedessero come “uno di loro”.


Credo che spesso, quando si sentono perse, le persone inizino a cercare qualcuno che reputano simile, per capirsi meglio attraverso l’altro, e per non sentirsi sole. O almeno, questo è ciò che è successo a me, che ho avuto la conferma di essere trans quando ho iniziato a capire e ridere alle battute e ai meme sui disagi legati all’essere trans.


Successivamente, mi sono avvicinato a gruppi d’attivismo e socializzazione LGBT+, che inneggiavano alla visibilità e all’orgoglio per esprimere liberamente la propria identità. Mi sentivo parte di quella bufera d’indignazione per la società in cui viviamo, e sensibilizzando le persone su cosa voglia dire essere una persona trans in Italia, cercavo di trasformare la transfobia interiorizzata e l’auto-stigma che ponevo su me stesso in occasione di riscatto. L’attivismo LGBT+ è stato per me un porto, uno strumento per combattere la disforia sociale e che ha alimentato quella sicurezza e quel riconoscimento di cui avevo bisogno.


Col tempo, ho poi ridimensionato l’immagine inizialmente idilliaca che mi ero creato del mondo LGBT+, che è così vasto e formato da realtà così variopinte e diverse tra loro che è difficile riassumerle in un’unica, grande, stereotipata e spesso discriminatoria sigla.
Oggi ho vent’anni, ho ancora molti dubbi e incertezze sulla mia identità, ogni giorno aggiungo un nuovo tassello al puzzle della scoperta di me e, in questo mese del pride, sono orgoglioso della strada che ho fatto per arrivare fin qui: felice di un nome, Riccardo, che mi rappresenta, che mi sono guadagnato e costruito da solo; fiero di una storia, la mia, che non ha nulla di speciale, se non che è la mia.

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