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Cosa mi ha insegnato l'essere queer?

11-16-2021 12:35

Silvia Selviero

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Cosa mi ha insegnato l'essere queer?

Tempo di lettura 6'

“Il queer appartiene a tuttз coloro che vogliono mettere in discussione la norma!” tuonò l’attivista Ethan Bonali al III Congresso Internazionale sugli Studi di Genere di Lisbona nel 2016. (1) Approfondiamo il concetto, vi va? Con l’esempio della sottoscritta alla mano, nella testa e nel cuore. 

Perciò vuoto il sacco e lo ammetto: essermi informata sul mondo LGBTQIA+ fin da quando avevo dodici anni, essere un’attivista per i diritti umani, aver avuto tutte le mie relazioni romantiche con persone trans e/o non binarie e la maggioranza delle amicizie più care in questa categoria, e soprattutto aver capito quasi due anni fa che non sono eterosessuale, mi ha influenzato rendendomi a pieno titolo una degenderata. E contrariamente a ciò che vorrebbero da me qualche prete ipocrita, il solito zio fascista e qualunque partito conservatore, non ho nessuna intenzione di guarire
Perché essere queer non è un morbo. Non è neppure necessariamente un’identità

Non è manco detto che molte delle conclusioni a cui sono giunta non possano essere condivise da altre persone con un percorso agli antipodi dal mio, o che invece altre persone LGBTQIA+ dal loro essere tali non abbiano “imparato” nulla (anzi, le teste di cazzo, dentro e fuori dal mondo queer, sono come le vie degli dèi!). 
Ma per sincerità non posso fare a meno di parlare della mia esperienza, e la mia esperienza è decisamente queer. Cosa significa?  
Io lo vedo come una finestra sul mondo, che sgretola i confini di quanto la società ci abbia spacciato sia “normale”, e capisce che quest’ultima sia una parola troppo arbitraria. Lo vedo come un lasciarsi impregnare di insegnamenti dati su più fronti, e un partorirsi in continuazione, senza fermarsi al giorno in cui ci hanno dato alla luce. 
E cosa mi hanno insegnato, dunque, tutti questi anni a contatto con persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, non binarie, intersex, asessuali/aromantiche, ancor prima di scoprire che fossi queer anch’io? 
Mi hanno insegnato a non vedere tutte le persone di generi diversi dal mio come potenziali partner, e tutte le persone del mio genere o come rivali in amore o come confidenti. Tra sorellanza, orientamenti sessuali e romantici e relazionali differenti, compatibilità individuali e il lasciarsi sorprendere dall’inaspettato, direi che il dilemma ciseteronormato del “Ma tra uomo e donna può esistere solo amicizia?” l’ho scrollato per il bavero, sollevato di peso e lanciato dalla finestra. Così come l’idea balzana che l’amicizia sia “meno” dell’amore. 
Essere queer mi ha insegnato che se smetto di sentirmi minacciata da ciò che non è come me, capirò che non è tanto diverso quanto differente. L’etimologia (2) dimostra che le cose differenti stanno sullo stesso piano, e in quelle diverse ce n’è sempre una che devia dal sentiero principale, percepito come “giusto”. Io invece non ho la presunzione di dire a nessunə come dovrebbe vivere. E non ho bisogno di sentirmi necessariamente dentro qualcosa per rispettarlo. Poi, chiunque può rivendicare l’uno o l’altro termine come perno della sua esistenza. L’uno non cancella l’altro, e c’è spazio per entrambe le definizioni su quello stesso piano. Benissimo che anche la fisica quantistica me lo confermi. Così come la magia.   
Essere queer mi ha insegnato che il fatto che io sia una donna non dipende da ciò che ho tra le gambe (e che nel mio caso combacia con ciò che la società si aspetta che una donna abbia), ma con ciò che ho tra le orecchie, col mio intimo sentire. Vale per qualunque essere umano, e ci sono tante donne quante sono quelle che si definiscono tali, ognuna con un modo di esprimerlo che non cancella il mio. Mi sento unita a loro, anche a quelle che mi stanno antipatiche o che non frequenterei mai. Siamo forti proprio perché siamo tutte uniche e irripetibili. Ed è proprio questo, con la nostra consapevolezza, a renderci autentiche. Bellissimo sapere che per gli uomini non sia diverso. 
E, a proposito: essere queer mi ha insegnato che esiste più di un modo di essere un uomo o una donna perché esiste più di un modo di essere una persona. Ed è molto più gratificante relazionarsi agli esseri umani in quanto esseri umani anziché secondo le lenti dei ruoli che ci hanno dato da recitare fin dalla nascita. Certo, fa paura. Si perdono tante finte rassicurazioni, e si perde la promessa di poter decifrare alla svelta chi abbiamo davanti. Ma ciò che si guadagna è una vita degna di essere vissuta. Con le relazioni più profonde, vere e significative che si possano stabilire. 
Inoltre, essere queer mi ha insegnato a vedere i generi di “uomo” e “donna” come uno spettro, e che chiunque possa identificarsi in qualche punto di questo spettro, o buttarlo proprio per aria dimostrando che di generi in cui identificarsi ne esistono altri, o che non ne esista nessuno, e non ci sia nulla di male a rivendicarlo. Questa autodeterminazione può variare col tempo, può restare sempre la stessa. Ma ancora una volta, a ogni essere umano spetta il compito di esprimere la sua verità. A patto che sia felice e non faccia del male a nessunə, lo sosterrò al 100%. E se le emozioni che mi genera sono meravigliose quanto il suo modo di essere, potrei anche innamorarmi di ləi. 
In quanto al partorirsi da sé più volte, essere queer mi ha insegnato anche che non posso scegliere da dove vengo, ma posso cercare di fare del mio meglio con ciò che la Natura mi ha dato o con ciò che diventerò. Del resto, sono umana, e significa che avrò sempre i miei limiti. Ma nessuno di essi ha a che fare con le idee che le altre persone si fanno su chi o cosa io abbia il diritto di essere e amare. 
E questa credo sia una lezione centrale: le persone sono molto più complesse e sfaccettate di come lo stereotipo le spaccia, e hanno da farmi scoprire mondi che io ignoro, se solo lo lascio accadere. Questa complessità va rivendicata, sapendo che le prime impressioni non sono quelle che contano, e al posto di dire “purtroppo” potremmo dire “meno male” che sia così. A quante persone avrei rischiato di non stare attenta, quante realtà, quante vite, quante esperienze, se non avessi sviluppato questa mentalità? Non lo so, e non mi importa se non riuscirò mai a saperlo. Amo anche la sensibilità, l’empatia, l’impossibilità di essere indifferente alle cose che non mi riguardano in prima persona, che ho nutrito grazie al mio essere queer. Non è l’unica cosa a caratterizzarmi, ma molte parti che mi compongono sono decisamente a proprio agio in essa. 
Cadrò e mi rialzerò, stonerò e canterò comunque, farò degli errori e me ne scuserò, e se sarò abbastanza brava metterò la mia stessa finestra sul mondo a testa in giù. Le rigidità e i compartimenti stagni non vanno di pari passo con la natura umana. Quindi, se scopro di avere dei preconcetti, spero di togliermeli anche perché sono fieramente polisessuale, panromantica childfree, transfemminista, non binarista di genere, kinky, pagana e sex positive. È una scoperta che faccio ancora e ancora. E mi va benissimo continuare a scoprire. 
Riallacciandomi a questo ammetto anche un’altra cosa, controintuitiva: essere queer è una faticaccia, e non solo per l’incessante lavorio interiore. Significa doversi spiegare ogni tre per due e andare incontro a incomprensioni, malintesi, bullismo e discriminazione, rifiuti, attacchi, talvolta violenza. Significa rendersi vulnerabili. Ma come dice anche Brenè Brown (3), e come qualunque marine potrà confermare, non c’è vulnerabilità senza coraggio.  Ed è per questo che io, la mia queerness, la rivendico. 
Coraggiosa perché vulnerabile, vulnerabile perché coraggiosa. 
Sono Silvia, e sono un essere umano che è anche queer. E messa così, ve lo assicuro, non è un’informazione di servizio ma una dichiarazione d’intenti. 


Fonti:

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