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Queerness sacra

11-16-2021 14:08

Majid Capovani

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Queerness sacra

Tempo di lettura 5'

Fede e queerness. Sembrano due opposti destinati a non incontrarsi mai, come due magneti che si respingono reciprocamente, sempre e comunque.
Del resto, abbiamo tuttə ben presente i discorsi e le condanne che da secoli i vari esponenti di istituzioni religiose riservano alle persone LGBTQIA+. 
Eppure fede e queerness non sono l’una l’antitesi dell’altra, anzi. Se è vero che fede e religione vengono spesso usate come movente per discriminazioni e persecuzioni, è anche vero che tali discorsi sono basati su interpretazioni umane e quindi soggette a fallacie, pregiudizi e dinamiche socio-culturali che nulla hanno a che fare con il Divino e la reale essenza della fede. 
In questo mese dedicato, tra le altre cose, al ricordo delle vittime di transfobia e quindi anche alle questioni relative all’identità di genere, vorrei parlarvi di come la mia identità transgender e queer e la mia fede siano strettamente intrecciate tra loro e di come proprio questo intreccio mi abbia permesso di crescere spiritualmente ed emotivamente. 
Spesso dico di essere queer anche nella fede. Lo dico ridendo, ma in realtà non v’è niente di più vero. Da sei anni a questa parte mi sono convertito al Kemetismo, la religione dell’antico Egitto, una fede pagana. Le mie pratiche e il mio percorso spirituale si situano principalmente all’interno di questa fede. Eppure sono religiosamente queer perché da un po’ di tempo a questa parte ho cominciato a mettere in atto un sincretismo con l’Islam.
Kemetista e musulmano, un connubio considerato molto improbabile. Se poi aggiungo il fatto di essere anche transgender, non binary, bisessuale, poliamoroso e pure femminista, la combinazione di tutto appare forse ancora più assurda. Ma in fondo essere queer non significa proprio andare al di là dei dualismi e delle classificazioni? Non significa proprio lasciarsi avvolgere e danzare sulle varie sfumature e sulle loro combinazioni così effimere e straordinarie?
Sono l’intreccio di aspetti apparentemente inconciliabili e proprio questo rappresenta la mia ricchezza e la mia forza, è proprio questo aspetto ad aver profondamente influenzato anche il mio modo di rapportarmi al Divino.
Gli insegnamenti kemetici pongono l’accento sul fatto che ci sia un’unica entità creatrice chiamata Netjer che, al contrario delle sue emanazioni (i Netjeru, le varie divinità egizie che tuttə conosciamo), è incomprensibile alla mente umana.
Tutto ciò che l’essere umano considera corrispondere alla vita e all’esistenza non è altro che il risultato della perpetua emanazione e dell’attività di Netjer. Per noi kemetisti, la creazione è un evento mistico che avviene in eterno, dato che Netjer è l’energia cosmica che pervade tutte le cose. Netjer è la vita stessa e ogni kemetista tende a focalizzare la propria fede sulla divinità che più si avvicina alla sua concezione della realtà e al suo essere.  Il Kemetismo enfatizza molto, in questo frangente, il valore della persona, ponendo l’accento sulle particolarità e i valori del fedele, per consentirgli di trovare la giusta armonia nella sua personale esistenza e nel rapporto con il mondo; accentua i valori di rispetto e amore nei confronti della vita in ogni sua forma, diversità e particolarità.
Come potrebbe una tale visione del mondo e del Divino considerarmi sbagliato? 
Il mio viaggio alla scoperta della mia identità -in particolar modo quella non binaria- e della sua accettazione passa anche attraverso la sfera spirituale, potente motore di riflessione. Una fede senza domande infatti è solo uno sterile e vuoto dogmatismo. 
Fin da piccolo ho sempre avuto coscienza della mia identità di genere, tanto che già all’età di otto anni avevo chiesto ai miei amichetti di usare un nome e i pronomi maschili con me. I problemi sono poi cominciati con l’adolescenza e il cambiamento del corpo, come capita a molte persone trans. Dopo aver cominciato il percorso di transizione medicalizzato ho però preso piena consapevolezza di essere non binary e questo aspetto è stato più difficile da accettare, è stato più difficile vivere con serenità il fatto che non volessi “completare” (qualunque cosa voglia dire) il percorso di transizione, che volessi limitarmi solo all’intervento di mastectomia. 
Avevo paura di sentirmi e di venir visto come un essere a metà, incompleto, un ibrido inclassificabile e mai accettabile da nessunə.
È qui che è entrata in gioco la fede in collegamento alla mia identità di genere. 
Nel pantheon egizio ogni Netjeru ha una paredra, a ogni divinità maschile ne corrisponde una femminile, ma non solo: ci sono divinità la cui forma è androgina, il cui aspetto fisico nelle rappresentazioni ricorda quello di una persona intersex, oppure proprio quello di una persona transgender. I corpi non conformi fanno quindi parte della nostra sfera sacra.
Lə stessə Netjer, il divino, la forza generatrice di ogni cosa, è non binary. Ma il suo è un non binarismo che va ben oltre le specifiche definizioni che facciamo rientrare in questo termine ombrello, riunisce in sé tutte le sfumature e nessuna sfumatura: è non binarismo allo stato puro e proprio per questo risulta incomprensibile alla mente umana, capace solo di cogliere le sue singole e infinite emanazioni. 
Nella visione kemetica, ognunə di noi, ogni essere vivente, possiede una parte divina, una scintilla di Netjer, in sé. Questo fatto è esplicitato anche da un passaggio dell’inno ad Hathor del Peremheru: “siamo Dei nel corpo della Dea”. 
Sono così passato dal temere il mio non binarismo per la paura di essere incategorizzabile e alieno alla consapevolezza che quest’ultimo non rappresenta altro che parte della mia personale Heka, la forza attraverso cui il mondo visibile e invisibile si manifestano e si uniscono. Il mio viaggio alla scoperta della mia identità queer (e della sua manifestazione anche fisica) non è altro che la mia Fitra, la spinta a ricercare ciò che è sacro, la mia essenza più profonda, per tornare al sincretismo con l’Islam. 
Il mio stesso percorso di transizione e il cambiamento fisico è un ritorno alla mia Fitra. Con il suo cambiamento e il ridimensionamento dei suoi confini, il mio stesso corpo è diventato per me qualcosa di sacro e proprio per questo a volte indosso il velo: è una scelta legata all’evoluzione del mio rapporto con esso.
Quest'ultimo è sempre stato molto travagliato. Ho odiato profondamente me stesso e il mio corpo per molto tempo e per diversi motivi, facendomi anche del male. Grazie al percorso di transizione però la situazione è cambiata: in questi ultimi anni ho pian piano imparato a piacermi un po' di più e ad amare quel corpo che avevo disprezzato per così tanto tempo.
La nostra è una società che continua a stigmatizzare molto di ciò che è connesso alla sfera fisica e il corpo continua ad essere visto come qualcosa di sporco, di impuro.
Nel Kemetismo c'è l'usanza di velare le statue delle Divinità durante alcuni rituali, avvolgendole con drappi di stoffa. Lo facciamo per evidenziare la sacralità di quelle divinità, di quelle statue e quindi di quei corpi divini. Poniamo il velo su ciò che è sacro e potente. Si tratta quindi di un gesto carico di significati positivi e profondi. 
Ho voluto quindi trasferire questa pratica anche su di me. Si tratta di un gesto di riappropriazione del mio corpo, evidenziandone il valore positivo. Pongo il velo su di esso proprio per ribadire la sua sacralità, proprio come faccio con le statue divine. Nel mio percorso (sia spirituale che di transizione) ho capito che ciò che è legato al corpo e alla sfera fisica non è né sbagliato né sporco, né tantomeno impuro.
Ciò che riguarda l'anima e l'immateriale non è più elevato rispetto alla fisicità, essi si pongono sullo stesso piano.
Per gli antichi egizi il corpo era la casa dello spirito e la distruzione del primo implicava la perdita del secondo, essi erano quindi strettamente collegati. La pratica della mummificazione avveniva proprio per questo motivo.
Inoltre, oltre al Khat (il corpo fisico) per noi esiste un altro corpo spirituale, il Sahu, che rappresenta la sede dell'Akhu: l'intelletto, la nostra parte immortale e divina.
Per me mettermi il velo ha un significato estremamente potente: esalto e affermo la sua sacralità, perché il mio corpo, con le sue caratteristiche e la sua non conformità, non è meno importante, né tantomeno sbagliato o sporco. Esso è sacro e merita rispetto, sia da me che dalle altre persone.
Alla luce di tutto questo, posso dire che il mio personale percorso di transizione è andato di pari passo con il percorso spirituale, nonostante molte persone, fuori e dentro la comunità, non vedano di buon occhio quest’intersezionalità, vedendo nella religione e nella spiritualità qualcosa di oppressivo. Eppure non sono quest’ultime ad essere oppressive, ma le interpretazioni di stampo patriarcale, figlie della cultura umana. La fede nella vita di tante persone queer rappresenta anzi uno strumento di liberazione.
Così è stato anche nel mio caso e in tutti quei momenti in cui la società mi fa pesare il mio essere transgender ripenso al mio percorso e ciò che esso mi ha insegnato: che la queerness è sacra. 

“Che la nostra vita sia lo specchio dell’Invisibile”.
Inno a Maat

 

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