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Relatable, o Anche Barbanera vuole aprirsi un pub

07-31-2022 22:43

Andre

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Relatable, o Anche Barbanera vuole aprirsi un pub

Tempo di lettura 7'

Lo show Our Flag Means Death, andato in onda questa primavera sul servizio in streaming dell’emittente HBO, scritto e diretto dal regista Taika Waititi e da David Jenkins, ha coinvolto un cast quanto mai diversificato ed ugualmente affiatato, creando un prodotto che lascia trasparire la passione e l’entusiasmo di chiunque ci abbia lavorato.

Agli attori è stata lasciata piena autonomia nella scelta di accenti, cadenze e sintassi che si confacessero quanto più possibile al personaggio e all’attore stesso, ed è così che possiamo apprezzare, fra gli altri, lo spagnolo di Jim, lo scozzese di Buttons e la cadenza scandinava di Swede.

La ciurma di pirati al comando di Stede Bonnet viene presentata come insolita al nostro sguardo nutrito sì da informazioni storiche sulla vita dura e violenta di queste persone, ma anche dall’archetipo creato ad uso e consumo dell’intrattenimento d’avventura.

Quello stesso sguardo portato all’interno dello show da personaggi che incarnano una pirateria tradizionalista, e, se vogliamo, basata sui ‘fatti e la logica’, laddove un pirata di successo viene identificato dalle sue vittorie, dalle sue cicatrici e dalla scia di morte che si lascia alle spalle.

Ed è lì che troviamo Stede Bonnet a sovvertire le aspettative in maniera goffa ma genuina.

Ci viene presentato come un tipo ben poco aderente all’immaginario del pirata: il suo patrimonio è maturato da un’eredità a sua volta frutto dell’imperialismo europeo, è distaccato dai pericoli e dalla violenza insiti alla carriera che si è scelto (ha scelto di fare il pirata come un bambino sceglie di fare l’astronauta!), è educato e ha portato con sé innumerevoli volumi della sua biblioteca personale per poi stupirsi come altri membri della ciurma non siano in grado di leggere.

È questo personaggio che viene inquadrato come protagonista: un uomo affabile e talvolta affettato, che indossa vesti pregiate e invita la ciurma a condividere il fardello dei loro traumi con gli altri, legge loro Pinocchio e li retribuisce con uno stipendio a prescindere dal numero (0) degli assalti portati a termine, persino ignaro delle trame di ammutinamento ai suoi danni.
Stede Bonnet è l’opposto e qualcosa in più del protagonista che ci aspettiamo. Sembra finto, verrebbe da definirlo un fantoccio tradizionalista dei famigerati ‘buonisti’ e tutto sommato è vero che Stede è colpevolmente ignaro dei suoi privilegi.

La comparsa all’orizzonte di un vascello inglese rimanda l’ammutinamento quando Stede incoraggia i suoi pirati a prepararsi all’arrembaggio. La ciurma si fomenta, decanta la violenza a venire con vigore e qualcosa per Stede si rompe.

Un flashback ci mostra in tutta la sua veemenza il trauma di Stede, la violenza verbale e l’umiliazione da parte del padre. L’arrembaggio non è un gioco, la violenza è vera, Stede non vuole uccidere. Non stiamo più avendo a che fare con un costrutto, con un’ipotesi di trauma. C’è un uomo sconvolto che perde tutta la ricercatezza e si mostra nella sua vulnerabilità.
È una figura che conosciamo, abbiamo visto la sua parabola altre volte, ne abbiamo fatto l’eroe tormentato o l’antagonista crudele dal passato oscuro.
Stede però non ci sta, prende tutte le emozioni che sente e se le porta con sé.

Costruire il Pirata Gentiluomo permette a Stede di conciliare i due mondi che tutti continuano a ritenere incompatibili, ma non si perde nel personaggio, ed è questo che risuona con Blackbeard.

Con l’ingresso in scena di Edward Teach, “in arte” Blackbeard, il ventaglio emotivo si espande. L’esperienza di Edward è diametralmente opposta a quella di Stede: laddove Stede e la sua ciurma si pongono con un’aria di riverenza verso il mito di Blackbeard, Edward lo smantella e si lascia scivolare addosso le aspettative machiste del suo primo ufficiale, Izzy Hands, non risponde alla pressione che lo spingerebbe a reprimere il suo disagio e anzi invita Stede ad invertire i ruoli, in tal modo svuotandoli degli elementi scomodi.

È così che i due iniziano a trovarsi. In compagnia l’uno dell’altro non c’è motivo per le maschere e abbiamo due uomini che costruiscono un rapporto, riconoscono le rispettive sfide e nessuna di queste fasi viene celata allo spettatore, diventando anzi il perno della storia raccontata.

Le loro armi sono ancora affilate, i loro istinti sono quelli di chi si è protetto per tutta la vita e non ne è uscito illeso, ma rientrare nei canoni dei loro ruoli è di volta in volta più complesso, soprattutto per Ed.

È nel sesto episodio che gli scrittori ci lasciano vedere l’origine del Kraken, ancora un volta partendo da un framing leggero, da leggende narrate in alto mare alla presenza del capitano più temuto dei sette mari; eppure ciò che resta è un uomo spaventato, perseguitato dai suoi demoni, che piange e trova conforto in Stede, in un rapporto che non richiede la presenza ingombrante del Kraken (allegoria dei suoi demoni interiori e dei suoi impulsi più violenti) e lo tratta invece come suo pari.

Restano tanti non detti tra i due, una forte inconsapevolezza e una mancanza di comunicazione: laddove il gentiluomo impiega artifici e piani per passare più tempo insieme che sono ricevuti in maniera maldestra se non brusca da Edward, oliati dall’intervento di un membro della ciurma di Stede, Lucius, che brilla per sagacia ed intelligenza emotiva.

Mentre il rapporto evolve, minaccia di indebolirsi e poi si rinforza, non ci vengono negate le parti oscure, complesse, insicure e incerte di questi due uomini con più vita alle spalle che davanti a sé. Stede resta titubante anche mentre Edward si dichiara, forse qualche parte di lui ancora cerca la figura semi-mitologica di Blackbeard. Edward segue Calico Jack, un vecchio compagno d’avventure che fa per lui da Lucignolo, e poi torna sui suoi passi, cercando di prendere la strada opposta ed abbandonare ogni pezzo di sé che potesse aver a che fare con Blackbeard, ma anche questo lo lascia alla deriva quando Stede si tira indietro.

Anche la rottura drammatica con Stede, pur giocando su topos da commedia romantica, non svaluta e non ridicolizza le emozioni di Edward, lascia a Lucius ancora una volta il ruolo di interprete per una persona che non sa come “navigare” (giacché siamo in tema!) questa vulnerabilità… finché viene sfruttata da Hands per ricondurlo al ruolo dello spietato Kraken. E così ancora una volta siamo ricacciati nell’assoluta autenticità della natura umana anche nei suoi versanti negativi.

Una menzione d’onore per un altro membro della ciurma di Stede, Oluwande: laddove Stede fa sfoggio di cultura e teoria e formalità nel curare le relazioni sociali e le emozioni umane senza però tenere particolarmente in conto né la sua efficacia nè i suoi privilegi, Olu si pone con autenticità nel far notare le insidie o gli effetti sugli altri di certi linguaggi. Conosce le difficoltà che ha incontrato nella vita e si mostra sensibile nei confronti di quelle incontrate da altri: oppone con gentile fermezza la manipolazione emotiva ai danni di Jim da parte di sua nonna e si mostra consapevole dei suoi sentimenti per ləi. La ciurma riconosce tutto ciò in Olu quando lo propone come capitano, ma il suo valore è stato costruito tramite tanti piccoli momenti, facendone quasi protagonista di una storia parallela e altrettanto importante.

Our Flag Means Death ci offre un modo alternativo di raccontare e mostrare le emozioni di un cast quasi completamente al maschile, lascia che le conversazioni avvengano e che siano complesse e profonde, dando modo a chi voglia godere di esse di sentirsi più vicinə ai personaggi, codifica le interazioni in maniere conosciute e le utilizza per dire cose “nuove”: che ci spaventiamo tuttə, che vogliamo essere vistə autenticamente, che ci innamoriamo e a volte neppure lo sappiamo, che tanto ci abbiamo pensato tuttə a mollare tutto e aprirci un ristorante una volta nella vita.


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