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Regenesis, ovvero il cambiamento attraverso le relazione

01-16-2022 18:10

Silvia Selviero e Sydney

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Regenesis, ovvero il cambiamento attraverso le relazione

Tempo di lettura 7'

Cambiò tutto in poco tempo, da quando iniziai ad avere le parole per descrivermi, precisamente nell’arco di una settimana e di ventidue anni di vita. Fu solo l’inizio. Poi vennero mesi di riflessioni, sperimentazione, make up tutorials (tutti quelli che avrei voluto in quei ventidue anni senza un nome), finché, pochi giorni prima della mia laurea triennale, non andai ad un evento che riuniva davanti ad un caffè numerose persone queer. Fu lì che incontrai la persona di cui mi sono innamoratə.
Eppure mi trovavo a vivere una situazione totalmente nuova, perché fu la prima volta che mi innamorai mentre ero me stessə, non il ragazzo che non ero mai statə. Ma dopo così tanto tempo passato in una società cisnormata e in contesti in cui avevo solo da poco conosciuto le vere profondità del mondo, approcciarsi all’attrazione per una persona voleva dire chiedersi: “ma io, in quanto persona trans e non binaria, potrò piacere, essere ricambiata e amata?”. Certo, era transfobia interiorizzata, frutto dell’educazione che ho ricevuto, eppure era un problema che mi ero fatto. Ricordo, però, che era bello leggere, ovunque le trovassi, storie in cui prevaleva l’euforia di genere e l’amore, storie in cui non era scritta la mia infelicità. E sono felice, immensamente felice, che la mia è una di quelle storie. Perché ho sempre sentito il bisogno di storie in cui persone queer, soprattutto persone trans e/o non binarie (perché erano più vicine alla mia esperienza), fossero adulte, realizzate in un lavoro che amavano svolgere, amate. Questo non può togliere importanza, ovviamente, ad altre narrative.
Ci volle poi del tempo, due lockdown ed esami universitari perché poi rompessi ogni indugio e comunicassi alla persona che mi attraeva ciò che provavo (yep, tanta comunicazione!). Non potete neanche immaginare quanto il mio cuore avesse sorriso quando, accanto al mare, io sono letteralmente rinata nel sentire che tutto quel provavo era reale e corrisposto. Tutto quel che poteva essere dato per scontato nella società cis-etero-amato-mononormata io lo avevo iniziato a conoscere solo dopo molto tempo, perché solo dopo molto tempo avevo finalmente definito me stessa. Poi passarono altri mesi, un altro lockdown e una quarantena ma nel frattempo mi ero fidanzata.

Forse a qualcunə questo excursus potrà sembrare diaristico, corto o anche melenso. Non mi importa, una forzata edginess non mi ha mai soddisfatta. Ma certamente mi è servito per mettere in luce quella domanda tanto faticosa: “ma io posso essere amata?”. Se per molte persone con privilegio può essere legata ad altri aspetti, per me, Sydney, non binaria e transgender, voleva dire e vuol dire mettere in gioco tutto, nessun aspetto di me escluso. Perché qui si tratta di semplice (ma preziosissima) esistenza. Dietro quella domanda ci sono anni e anni in cui non mi ero mai conformato, per mio sentire interiore, ai dettami della società binarista, ai ruoli e le emozioni (represse) che vengono prescritte a una persona AMAB come me socializzata come uomo. E per questo si paga il costo, salatissimo, della marginalizzazione, dell’isolamento e nel mio caso, di una depressione lunga almeno sette anni che mi ha cancellato i ricordi.
Eppure, ora, dietro ogni bacio che scambio con la mia fidanzata, esplodono tutti i colori che ho dentro di me, tra il grigio e il rosa (bè, oramai ricorderete che sono un po’ agender un po’ demigirl). Essere vista e amata è impagabile, amare da persona trans non binaria è impagabile. Tutto questo è possibile, chiunque ce lo vieti muore due volte (1).

*

Se vi state aspettando la storia di una persona cis che ha l’epifania “andando oltre i suoi preconcetti per capire che anche una persona enby è affascinante e degna di amore”, farò l’impossibile per deludervi. 

  1. Lə miə ragazzə è fin troppo speciale, e mi ha insegnato cose fin troppo importanti, per essere appiattitə nel dilemma amletico vecchio come il cucco del “Usciresti mai con una persona trans e/o non binaria? Quali possibilità potrebbe rivelare?” (Al che, da alleata cisgender, mi verrebbe da dire “Lo sapete che solo perché una persona è trans non significa che NOI siamo attraenti/uscirebbe con noi/ci calcolerebbe per forza/lo scopo ultimo della sua vita sia conquistarci?”)
  2. Dopo essermi informata sul mondo LGBTQIA+ per sedici anni e aver avuto tutte le mie relazioni sentimentali e sessuali con persone transgender (letteralmente: l’unico fidanzato che credevo essere cisgender poi ha fatto coming out come persona non binaria!), pur essendo cis, la narrativa dominante della scoperta e dell’andare oltre i propri preconcetti sull’identità di genere non poteva essere la mia. Nulla contro di essa: so che sia ancora cruciale discuterne, che ci siano altre storie, altri vissuti, altri bisogni. Dico solo che questa relazione non è così. 

 

Con ləi ci sono sempre scoperte, ma di tipo diverso. E ci vedo un’enorme crescita principalmente come essere umano. 
È una relazione che vivo declinandola nella scoperta di ləi. Una persona interessantissima, altra da me, e dalla quale mi sento ispirata ogni giorno. La rispetto, la stimo, la ammiro, provo per lei un’attrazione fortissima, una tenerezza infinita, e sento che non potrei fare a meno di volerla accompagnare nel suo cammino. Mi piace osservarla nelle sue abitudini, rendermi conto di quante cose sa fare, conosce, ama, quanta forza abbia e quanto coraggiosa sia, quanto mi faccia ridere e quanto mi riempia di dolcezza. Mi piace prendere nota dei suoi quirks e sapere che alcuni li mostra solo a me, che saranno momenti solo nostri. Mi piace la vita che infondiamo entrambe al nostro stare insieme. 
E qui arriviamo a una seconda declinazione dell’essere la sua ragazza: la scoperta di me. Inevitabile passare dall’una all’altra, inevitabile che il legame tocchi entrambe le nostre individualità, perché, parafrasando Erich Fromm, sento davvero che tra di noi ci sia unione mantenendo entrambe la nostra integrità. (2) Avevo sempre intuito che come fidanzata avrei potuto dare certe cose, essere altre cose, condividerne delle altre ancora, se avessi avuto una persona sulla mia stessa lunghezza d’onda. Una persona che tenesse quanto me al dialogo, alla comprensione, e sapesse che la fiducia non è scontata ma si costruisce giorno dopo giorno mostrandosi per come si è. Ho amato l’autenticità che mi ha mostrato dichiarandosi, ho amato la stessa esigenza di prendere tutti i bisogni, sentimenti, scopi, ambizioni, aspirazioni e dar loro una voce, per vedere se potessimo funzionare insieme. E poi sono ritornata a me, e mi sono resa conto che con la sua sola presenza – tranquilla, non invasiva, eppure intensa e passionale – la persona con cui sto mi rendeva più consapevole. 
Che gioia è stata, per me, sentirmi capita, accolta, vedere le sue reazioni se riuscivo a donarmi come avrei sempre desiderato! Che meraviglia sapere che le stavo facendo del bene, che come lei dava a me riceveva anche da me tanto amore! 

E tutto questo avveniva nella forma, nelle attività, nella bellezza che avevo sempre desiderato e che non sempre ero riuscita a raggiungere. Posso solo ringraziare l’introspezione e la voglia di conoscerci di entrambe. Posso solo ringraziare il bisogno che entrambe abbiamo di accogliere e di essere autentiche. 
E non è stato sempre facile trovarmi faccia a faccia con me stessa, sebbene stare con ləi sia essere in una relazione meravigliosa. Rendermi conto delle aree in cui migliorare è sacrosanto. 
Lo faccio perché la mia ragazza lo merita, essendo così straordinaria. 
Lo faccio perché qualunque cosa mi riservi il futuro lo merita chiunque mi incontrerà. 
E lo faccio perché lo merito io, prima di tutto, e perché quando scelgo di vivere, sentire, agire, respirare in modo più profondo, capiente, non posso non abbracciare il cambiamento. 
Oh, sì, lo so che un sacco di persone parlano di cambiamento, quando si sta in coppia o in polecola. Ma è la prima volta che la persona che amo non mi chiede di cambiare. 
E proprio perché non mi ha cercato di snaturare, indirizzare, migliorare, sento di essere migliorata io, e di aver bisogno profondamente di offrire ciò che di meglio riesco a dare. 
 Il cambiamento che abbraccia il nostro naturale modo di essere mentre esploriamo insieme il mondo: è qualcosa che adoro. Quello che non ci richiede di essere altro che noi stess3. 
Credo che in amore uno dei doni più belli che si possano fare a ogni essere umano sia quello di vederlo, senza idealizzarlo, senza ridurlo a un’immagine distorta, a un simulacro di ciò che si riteneva di volere. E di amarlo, accoglierlo proprio per averlo visto.  
Accoglienza che conduce al cambiamento, essere vist3 e sentirsi al sicuro, sono state per mia esperienza (e non solo la mia!) le basi con cui creare un attaccamento funzionale, pieno di fiducia e con un amore che sa come mantenersi vivo. (3)
Queste cose le avrei sperimentate con un’altra persona? Forse sì, forse no. Di fatto, le ho dovute/volute/potute sperimentare con lei. Lei che è anche agender e demigirl, ed è amabile per questo e anche andando oltre questo. 
Se lo chiedete a me, c’è ancora molto da dire sulle relazioni trans-cis, e tra una persona cisgender e una persona non binaria, perché c’è ancora molto da dire sulle relazioni tra gli esseri umani. 


Fonti:

  1. Cfr. la celebre epigrafe pompeiana, CIL IV 4091.
  2. ERICH FROMM, The art of loving, Harper & Brothers, New York City, 1956 
  3. SUE JOHNSON, Hold Me Tight: seven conversations for a lifetime of love, Little Brown Spark, 2008

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