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Crisalide

02-16-2022 13:32

Majid Capovani

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Crisalide

Tempo di lettura 5'

Il corpo non dimentica.
Lo abbiamo sentito spesso e non c’è nulla di più vero. Il nostro corpo è un libro in via di stesura dalle pagine marchiate d’inchiostro indelebile. La mente può dimenticare qualche frase o addirittura interi capitoli, ma nonostante ciò quell’inchiostro rimane lì, fisico, fisso sulla carta.
Il corpo è istinto, memoria, casa, macrocosmo di microcosmi.
Quando ci accade qualcosa, accusa il colpo. Guarire può diventare molto difficile. È particolarmente evidente nei casi di abuso e violenza sessuale. 
La carne di cui siamo compostə non è un mero involucro, ma rappresenta il nostro sé, tanto quanto la psiche. Mente e corpo non sono mai stati un dualismo in opposizione, questa è una delle più grandi illusioni degli ultimi secoli. Solo ragionando in questo modo possiamo capire perché gli abusi, soprattutto quelli di natura sessuale, siano così devastanti. 
Ho avuto la sfortuna di rimanere invischiato in una relazione tossica e di subire più volte violenza sessuale, tutto questo in un periodo della mia vita in cui avevo finalmente cominciato a riappropriarmi del mio corpo grazie al percorso di transizione e alla terapia ormonale. Avevo da poco cominciato a riconciliarmi con ciò che mi era stato estraneo fino a quel momento, nonostante fosse parte costitutiva del mio essere.
È buffo: siamo alla continua riconquista di ciò che già ci appartiene, ma che nel corso della storia è stato posto al di fuori di noi, nelle mani del potere egemonico di turno, che sia quello di uno Stato, di una norma sociale o di un’istituzione religiosa.
Tutto quello che avevo cominciato a costruirmi mi è stato improvvisamente strappato via, in modo tanto brutale quanto subdolo, al punto che ci misi mesi per realizzare tutti gli abusi che avevo in realtà subìto.
Ciò che stava diventando fonte di gioia è stato trasformato in memoria traumatica, fonte di dolore, paura e chiusura verso tuttə.
L’idea di poter tornare a gioire attraverso di esso mi terrorizzava e talvolta arrivava persino a disgustarmi. Avevo paura che sarebbe rimasto così per sempre e che questa cicatrice viva e pulsante, tanto invisibile quanto reale, avrebbe compromesso anche le gioie del percorso di transizione, che mai aveva smesso di modificare i miei tratti, di lavorare su questa crisalide di ossa, pelle, muscoli, tessuti.
Quello che in quel periodo non avevo realizzato a causa del dolore era proprio questo: che il mio corpo era una crisalide e che potevo lavorarvi su, andando al di là del trauma. Potevo trasformare il veleno che mi impregnava in una cura, farlo per me stesso, per tornare a vivere, a vedermi, a conoscermi e -perché no- a gioire sessualmente. Lavorare sulla e nella crisalide per ricostruire le ali e lasciare che la natura, in forma di terapia ormonale, facesse il suo corso.
Il percorso di transizione mi ha salvato due volte. La prima è stata quando l’ho intrapreso e la seconda è stata questa. 
Il mio corpo ha continuato a mutare, allontanandosi sempre di più dall’aspetto che avevo nel periodo in cui sono stato abusato. Era come se si stesse ricostruendo e anche grazie a ciò, lentamente, guarivo. Il punto di svolta decisivo è stata la mastectomia. È stato come se, oltre a permettermi di giungere al vero me, assieme a una piccola parte del mio corpo se ne fosse andato anche buona parte del blocco associato al trauma.
Ora mi guardo allo specchio e mi dico: “quel corpo che lui ha conosciuto, quel me che ha toccato e abusato, non c’è più”.
Certo, il corpo non dimentica mai del tutto e questo lo so bene, continuo a viverlo sulla mia pelle. Ma pur conservando la memoria di tutto, può diventare ciò da cui ripartire per riappropriarci di noi stessə e tornare a vivere.

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