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Archetipi e stereotipi: perché non vanno confusi?

05-19-2022 01:23

Silvia Selviero

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Archetipi e stereotipi: perché non vanno confusi?

Tempo di lettura 8'

Prendiamo un’affermazione comune. 
“Ma che pesantezza, prendersela tanto con gli stereotipi da dedicarci un numero intero! Hanno sempre fatto parte dell’umanità, parlano di noi! E poi, possono anche far molto ridere, facciamocela una risata!”
E la mia risposta è: nì. Io ci metto la mano sul fuoco che chi lo pensa li confonda almeno al 50% con gli archetipi. E lo scopo del mio articolo è di rimarcare per bene la differenza, oltre a spiegare la pericolosità degli stereotipi.  

Allora, come insegna l’Accademia della Crusca – che ci sta scadendo per i discorsi sullo schwa, ma qualcosa di buono ancora lo dice in generale – la parola “archetipo” in italiano viene attestata per la prima volta in età rinascimentale. Composta da archè e typos e attestata in Brunetto Latini e Vannoccio Biringuccio, si è diffusa assai grazie alla filosofia platonica col significato di “modello primo, primo esemplare”, e in questo senso è usata in modo simile a “prototipo”. 
In filologia l’archetipo è un manoscritto non rinvenuto, ma ricostruibile attraverso dei codici noti, così da arrivare il più vicin3 possibile all’originale, e anche qui se ne può attestare l’uso già a partire dal Cinquecento, con Francesco Berni. 
Ma, come ci insegna la Treccani, è stato grazie al signor Carl Gustav Jung che l’archetipo è diventato una “immagine primordiale contenuta nell’inconscio collettivo, la quale riunisce le esperienze della specie umana e della vita animale che la precedette, costituendo gli elementi simbolici delle favole, delle leggende e dei sogni”. Qualcosa di comprensibile in ogni epoca e in ogni zona geografica, poiché intriso nell’umanità. 
Sono archetipi i dodici modelli primi del viaggio eroico ripreso anche da Joseph Campbell e Maureen Murdoch: l’Innocente, l’Orfanə, lə Guerrierə, l’Angelo Custode, l’Amante, lə Cercatorə, lə Creatorə, lə Distruttorə, lə Magə, lə Sovranə, lə Saggiə, lə Folle. 
E sono archetipi presenti in ogni essere umano, sempre secondo il signor Jung, il Sé (punto culminante della realizzazione di ogni parte conscia e inconscia unificate), l’Ombra (parte sgradevole, impulsiva e soffocata, che si manifesta contro il volere del soggetto con atteggiamenti incompatibili per la parte conscia del Sé) e la Persona (la reputazione, come si viene percepit3 in società, ciò che si vuol mostrare ma che non combacia con la profondità reale). Per non parlare di Animus – nelle donne – e Anima – negli uomini –, dei quali Emma Jung scrisse estensivamente e che secondo me per le persone non binarie sono presenti entrambi (ma in fondo credo per qualunque essere umano, molto meno binarista di come a volte l’avessero messa loro)! 
Ogni archetipo ha una parte leggera, positiva e rivitalizzante, e una parte ombrosa, negativa e distruttrice. Compito dell’individuo è bilanciare luce e oscurità interiori per andare verso l’individuazione, l’autorealizzazione e l’illuminazione. E non esistono latitudine, longitudine, cultura o epoca storica che possano sottrarsi a questo concetto, un vero e proprio DNA psichico riconoscibile dal Polo Nord al Polo Sud. 
Tutt’altra storia è quella degli stereotipi. Perché se diamo sempre retta alla Treccani e alla Crusca, uno stereotipo è ciò che è “impersonale, inespressivo, perché detto o fatto senza partecipazione”. In Psicologia è una “opinione precostituita, generalizzata e semplicistica, che non si fonda cioè sulla valutazione personale dei singoli casi ma si ripete meccanicamente, su persone o avvenimenti o situazioni (corrisponde al francese cliché).” 
Badate bene: lo stereotipo è un’opinione pre-costituita. Costituita a monte. Un pre-concetto. 
Gli stereotipi hanno sempre fatto parte dell’umanità? Nì, ancora una volta. 
L’idea, per esempio, che una persona AMAB (assegnata al genere maschile alla nascita) vestita con una gonna sia ridicola, sbagliata e sgraziata, e appena la si vede la reazione debba essere di scherno, così come quando si pensa a lei, è uno stereotipo che non è riconosciuto né universalmente (in Scozia il kilt non ha nulla di ridicolo o di femminile) né storicamente (nell’Antica Roma non c’era nulla di strano nel gonnellino, o nel pallium come veste lunga). Ma questo stereotipo è costato il bullismo, l’euforia di genere, l’autodeterminazione e talvolta addirittura la vita di fin troppe donne transfemminili, persone non binarie e uomini che avevano un’espressione di genere non conformi. Sappiamo bene quanti danni faccia la Triade Maledetta di Queerfobia, Mascolinità Tossica e Misoginia. 
I generi non sono né universali né eterni, e senza dubbio non lo sono gli stereotipi, che insegnano a ridere a spese di altr3 se tutto va bene e ad eliminarl3 se tutto va male. 
Gli stereotipi che fin troppo spesso sono ritenuti scherzetti inoffensivi sono la stessa ragione per cui, a causa della mancanza mediatica di modelli femminili che non avessero problemi a gestire carriera e famiglia, (perché erano delle “virago fissate” nel primo caso e delle “noiose retrograde” nel secondo), tante donne ancora oggi si frenano dal perseguirle entrambe.  
Sono la causa per cui i bambini maschi in Germania (e non solo) si sentono stupidi e meno capaci delle bambine, perché viene loro detto che in media facciano più fatica a leggere delle femmine, e come una profezia che si autoavvera ci cascano e diventano come il mondo li vede. Non credo ci sia bisogno di spiegare che una società in cui le future generazioni si sentono inibite a leggere è una società destinata a povertà e squilibrio, e che promuovere l’alfabetizzazione ad ampio raggio sia l’unica soluzione possibile, anche e soprattutto a costo di far fuori altre idee preconcette che abbiamo in testa. 
Gli stereotipi sono la causa per cui le donne asiatiche hanno risultati peggiori nei test di carattere scientifico quando si ricorda loro che siano donne (genere stereotipicamente negato nelle Scienze) ma migliori quando si ricorda loro che siano asiatiche (etnia stereotipicamente portata per le Scienze), e la mancanza di donne nelle discipline STEM ha tutta a che fare con la promulgazione di questo cliché ristagnante. 
Gli stereotipi sono la causa per cui le persone anziane perdono più facilmente la memoria e la capacità di allenarla. È un fatto che ha portato Frontiers in Aging Neuroscience a dimostrare, attraverso l’elettroencefalografia di persone anziane, quanto la disistima di sé e la convinzione di essere “dei ferri vecchi incapaci di ricordare” avesse portato a delle performance disastrose anche con dei compiti semplici. È anche dimostrabile che questo stereotipo, col conseguente stigma, abbia indotto nelle persone anziane deficit di attenzione, paura del rifiuto sociale, ansia e stress fisiologico, al posto di attivare le aree del cervello responsabili per l’esecuzione del compito assegnato. 
Inutile che ci raccontiamo la favoletta dell’essere impermeabili e indistruttibili: la nostra specie si è evoluta per stare in società ed è impossibile che rinchiuderci costantemente in categorie preconcette e ammuffite non ci faccia del male. 
La cosa brutta è che nessunə è al sicuro e che la prossima volta potrebbe toccare a noi che ce la stavamo ridendo fino a un attimo fa. La ruota gira, e le “esilaranti” sventure della data persona stereotipata potrebbero diventare le nostre al prossimo turno. Oppure a causa della nostra pochezza potremmo ritrovarci a rimpiangere i bei vecchi tempi in cui “si poteva dire tutto” quando la persona stereotipata si rompe le scatole e decide di reagire scuotendo dalle fondamenta la percezione sballata che si ha di lei. E il suo trionfo potrebbe, meschinamente, dispiacerci tanto… 
Veniamo al nocciolo della questione: qual è la parte del “nì” che può confermare che, sì, gli stereotipi hanno sempre fatto parte dell’essere umano? 
Quella che riguarda ostilità e diffidenza verso chi ha una diversità reale o percepita. Quella che si perde nei meccanismi di difesa e cerca di semplificare per avere delle coordinate a cui appigliarsi. Quella che non vuole mescolarsi con la vita, e preferisce scalfirla a malapena, facendosi guidare da giudizi preconfezionati avulsi dai fatti. Quella che vuole la promessa di poter capire subito con chi ha a che fare al solo scopo di difendersi da brutte sorprese… che invece magari potrebbero rivoluzionarle in meglio la psiche, le relazioni, la progettualità e la consapevolezza di un presente e un futuro più soddisfacenti. 
Forse è un mio limite non capire cosa ci sia di tanto divertente nello sbracare e nel promuovere delle bugie, nel ridurre a formine le persone che si incontrano sulla base di tre o quattro caratteristiche che ci sono state additate per quelle che non sono. Se altre persone lo trovano spassosissimo, e sanno come scinderlo dalla realtà dei fatti, buon per loro. 
Il problema è che finché lo riteniamo innocuo come modo di scherzare non ci libereremo della sua pericolosità, anzi, non faremo che ingigantirla. 
Lo stereotipo – quando lo si usa “per semplificare” la propria esperienza del mondo – è stare in modalità di sopravvivenza e farsi governare dalla paura. Quanto di più nocivo ci sia per il nostro benessere se viviamo in tempi di pace. 
Per concludere, lasciate che vi faccia una confidenza personale: io non sono una che di solito si sottrae alle promesse. Per questo ne faccio poche. So che per il mio sistema di valori siano una grande responsabilità. 
Ma che responsabilità ci può essere nel ridurre a uno stampino l3 altr3? Che beneficio se ne può trarre quando una risatina sarcastica e momentanea impedisce di affrontare l’infelicità che c’è sotto? Che vigliaccheria è rifugiarsi nelle bugie e nelle false rassicurazioni se poi ci sfugge l’occasione di stare bene? Che noia e che pesantezza sono, infine, non voler andare in profondità per capire come stiano davvero le cose, credere che nella quotidianità non ci sia altro rispetto a ciò che ci viene mostrato in superficie (o peggio, non volerlo manco vedere)? 
Meglio riconoscere la propria ignoranza. Mettere in discussione. Estraniarsi per osservare meglio i propri meccanismi. Tornare nella vita con più energia dopo l’osservazione e la presa di coscienza maggiore. Ricercare. Aprirsi all’ignoto. Accettare di non sapere tutto e imparare a vivere serenamente così, senza perdere la voglia di informarsi. Sviluppare una pellaccia dura mentre ci si addentra in ciò che non si conosce, e allo stesso tempo rimanere sensibili agli stimoli e alle smentite. Approcciarsi anche alle categorie umane che incutono diffidenza e soggezione. Farla finita con schadenfreude e glückschmerz per abbracciare empatia e comprensione (e anche col concetto di “mors tua, vita mea”). Rendersi antipatich3 perché si sceglie la via più felice al posto della via più comoda. Ammettere che la tale battuta non faccia ridere se si pensa alla realtà dei fatti. Poter parlare con meno persone e accettarlo se le conversazioni con altre saranno di qualità. Stare il più possibile in pace con se stess3 perché si è costruito qualcosa di vero e valido. 
Per questo – e per tutte le argomentazioni di questo numero – ve lo dico: gli stereotipi sono l’unica promessa che vale la pena di infrangere. 


Fonti:

  1. https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/archetipo-prototipo-stereotipo/1162
  2. https://www.treccani.it/vocabolario/archetipo/
  3. https://www.treccani.it/vocabolario/stereotipo/
  4. https://www.theguardian.com/global-development/2019/oct/01/geena-davis-damaging-stereotypes-on-screen-limit-womens-aspirations
  5. https://www.globalcitizen.org/en/content/negative-gender-stereotypes-boys-reading/
  6. http://journal.frontiersin.org/article/10.3389/fnagi.2017.00223/full
  7. https://pdfs.semanticscholar.org/614f/4a7bc8917f4f968d6915e718863778fca7b5.pdf
  8. http://psycnet.apa.org/fulltext/2014-20922-008.html
  9. Cfr. il post fatto da me della “satira” di Checco Zalone stereotipando a Sanremo le donne trans e gli uomini cis etero che hanno relazioni con loro: https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=269988805246293&id=109197847992057&__cft__[0]=AZWrGgrNEQ70uTF17XWr-pQA3rjXKRODQ2LyC6qvVxfByCttdT0eXfosSINbPv0d-Bf-KuiKvGdEqQiUsFB5pXynqlJ9nVJKnrjnLM0-qc-EL49zIZ_NQDO0oUazFDH2Y0EnABp9N754jPqn6MCurHBrFGsCNfaGHjIPOq9IieSCaw&__tn__=%2CO%2CP-R
  10. 1Il significato di schadenfreude: https://www.paginemediche.it/benessere/corpo-e-mente/schadenfreude-quando-la-sofferenza-degli-altri-diventa-piacere
  11. Il significato di glückschmerz: https://confident1.com/do-you-suffer-from-gluckschmerz
  12. Una ricerca che dimostra quanto schadenfreude e glückschmerz siano indice di squilibrio emotivo e insoddisfazione nella propria percezione del mondo: https://www.researchgate.net/publication/326921629_Schadenfreude_and_Gluckschmerz_Are_Emotional_Signals_of_ImBalance

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