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Il veleno invisibile

07-25-2022 18:45

Silvia Selviero e Sydney

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Il veleno invisibile

Tempo di lettura 10'

Esiste un veleno peggiore di quello che trasporta l’aria, si insinua nel terreno, inquina il ciclo delle acque. Peggiore perché di solito invisibile, e perché danneggia sia quell3 che lo assorbono sia chi ha a che fare con loro in seguito. Peggiore perché, ogni anno, significa che buona parte della popolazione (quella che l’ha assorbito in prima persona) almeno in Italia avrà pensieri suicidi o proverà a suicidarsi oltre il doppio di un’altra parte (1); che almeno in tutto il mondo occidentale e pure in buona misura quello orientale la stessa parte di popolazione è più a rischio di sviluppare alcolismo, tabagismo, tossicodipendenza come tentativo disperato di stordire la consapevolezza degli effetti collaterali del veleno (2); e che quasi ovunque quel veleno sia presente, quella stessa parte di popolazione cercherà sfogo al proprio caos interiore prendendosela con la parte che l’ha assorbito in maniera secondaria, ne è immune, o l’ha riconosciuto e se n’è liberata.(3)

È un veleno che uccide ogni giorno. Del quale sembra che solo chi ha una coscienza un minimo femminista si accorga e denunci. Che sia talmente normalizzato da confondere la cura come un altro male. (4)

Stiamo parlando della mascolinità tossica. E qui la sviscereremo sia come persona non binaria che è stata educata come un uomo sia come donna cisgender che l’ha subita grazie agli esempi “avvelenati” attorno a sé.

 

L’educazione maschile è un’educazione alla deumanizzazione, sia interna che esterna. The Mask You Live In, il documentario di Jennifer Siebel Newsom e Jessica Congdon promosso da The Representation Project (5), lo mostra molto bene. In questo, certo, ci si aggiunge la cultura americana, che, come al solito, ingigantisce tutto, crudeltà e tossicità comprese (Patria dei liberi, numero dei liberi: contati con le dita). Ora, qui in Italia non siamo affatto da meno, né in altre parti del mondo. Non c’è solo da parlare dello stesso insegnamento secondo cui un uomo, per avere successo, debba avere un fisico atletico, una forma di potere economico e l’accesso semi illimitato alle conquiste sessuali. Quel che emerge a più livelli è una violenza disarmante, il sintomo più vistoso e forse il più sistemico della soppressione emotiva a cui gli uomini e il mondo intero sono sottoposti ogni giorno, per lo squilibrio di potere che vede il mondo ancora nelle mani di uomini (ricchi, anziani, bianchi, cishet e problematici, in un pot-pourri di intersezioni mancate). Il primo passo è tutto interno e inizia da subito, ovvero un bombardamento per allontanare quanto ci sia di femminile, in ogni piccola cosa. Secondo l’educazione sessista, gli uomini sono un gioco eterno di sottrazioni, perennemente caratterizzati da ciò che “non” devono essere: delle donne, femminucce, fighette. Di qui un’altra errata equazione è presto fatta, se femminile=emozioni o femminile=contatto umano, ne consegue che l’educazione di un uomo è all’insegna di una sofferta rinuncia a quanto in realtà è solo umano. (6)

Poi ne vengono altri e altri ancora di passi, ma ognuno è incentrato sul bloccare il proprio mondo interiore e di scoprirlo solo a tratti, proiettando all’esterno rabbia, violenza dilagante. Allo stesso modo, si impianta l’idea che solo con la violenza si sopravvive e vien da chiedersi se il mondo come lo conosciamo oggi, capitalista fino al midollo e neoliberista (dove la violenza e gli uomini regnano sovrani, sanguinari) non siano l’effetto e la causa voluti di una profonda desensibilizzazione che dagli uomini coinvolge ogni soggettività, perché deumanizzatə arriva a loro l’Altrə.

Nel mio caso, riappropriarmi di tutto lo spettro di emozioni che umanamente posso provare ha significato abbracciarne tutti i colori… e farlo pure attraverso il guardaroba. Mi sono accorta presto che agli uomini non fosse solo richiesto di limitare qualunque emozione non fosse la rabbia (o di ridere sopra a problemi e malessere perché “tanto non sono importanti”). Agli uomini è richiesto di limitare anche i colori che possono indossare, che mal si addicono alla serietà e alla sobrietà maschili. La mia autodeterminazione (emotiva, fisica, mentale, sessuale, identitaria) di persona non binaria passa anche attraverso ciò che indosso, tutti i colori della mia libertà.

 

So che probabilmente vi aspettate una tirata contro gli uomini che la incarnano. Che mi hanno dato pacche sul culo quando avevo quindici anni, hanno provato a rimorchiarmi in macchina quando ne avevo tredici, si sono masturbati davanti a me o mi si sono strusciati addosso in Funicolare, sia quando ero troppo piccola e intimidita per protestare, sia quando ero una femminista più grande che li sbugiardava davanti al resto del vagone o li inceneriva con lo sguardo ordinandogli di smettere. E forse vi aspettate che descriva quello stronzo che, passandogli di lato, mi ha fischiato, fatto la V con le dita e ci ha infilato la lingua in mezzo, per poi andarsene con tutta calma ignorando la mia reazione. O di quell’altro stronzo che, a scuola, aveva deciso che fossi una preda facile a causa del mio corpo dell’epoca, e alternava momenti in cui fingeva di corteggiarmi per farsela dare (del resto, una grassa è troppo disperata per rifiutare un po’ di cazzo, no? No!) (7) e momenti in cui mi bullizzava perché ai suoi occhi ero indegna di esistere (o forse aveva bisogno di immaginarmi come una subumana perché lui non era un Adone, aveva un sacco di insicurezze, non aveva successo con le ragazze, e credeva che prendersela con me allontanasse dalla mente della gente che contava l’idea che noi due fossimo simili).

E magari vi aspetterete una filippica contro le ragazze-ancelle del patriarcato, che, complici, mi hanno chiuso nello spogliatoio femminile con dei ragazzi durante la lezione di ginnastica e almeno tre me l’hanno fatto vedere con tanto di offerte oscene. E sicuramente è vero che i primi peni sviluppati della mia vita li ho visti in situazioni molto squallide, che per secoli ho associato dei genitali di per sé neutri a violenza, dolore fisico e psicologico, pericolo di gravidanze e infezioni, e che la cosa non mi è passata finché non mi sono innamorata e non ho fatto sesso con persone penemunite – ma non mi è certo passata la consapevolezza di quanto siano stati, storicamente, osannati e celebrati in maniera ossessiva, secondo me portando anche alle foto di peni non richieste in chat. (8) (Devo dire che non sono l’unica a pensarla così, Alberto Pellai ci ha scritto un capitolo intero in Baciare fare dire. Cose che ai maschi nessuno dice…(9))

Non avreste torto, tutte queste cose esistono, mi sono capitate. Inutile fingere che non mi abbiano reso diffidente e sospettosa verso il genere maschile a digiuno di femminismo (e talvolta pure di quello che ne ha un’infarinatura generale e la strumentalizza piegandola all’esigenza di rimorchiare meglio, fare mansplaining su come gestire il movimento, avere potere sottraendo visibilità a donne e soggettività queer proprio in qualche safe space, dunque non si sposta dalla triade maledetta di potere-sesso-atletismo in almeno i primi due casi). Inutile negare che io affretti il passo se sono da sola con un uomo per strada, di notte, e che questa cosa capiti a milioni di donne ovunque questo veleno abbia attecchito. (10)

Ma vorrei parlare anche del fatto che questo veleno sia terribile anche perché un sacco di gente che come me l’ha subito l’ha anche assorbito. Sì, anche donne e persone enby.

Non potrò mai dimenticare la frase agghiacciante di mia cognata, che diceva che in caso di controversie lei stava dalla parte dell’uomo di una coppia perché le donne sono più maligne degli uomini per natura, e così giustificava anche i casi di violenza domestica con scarse prove. Lo stesso ritornello l’ha ripreso pure un’estetista che ho conosciuto, in quanto secondo lei il “poveretto” autore di violenza più spesso che no sarebbe stato provocato.

E nel mondo LGBTQIA+ credo sia controproducente negare che ci sia una demonizzazione della femminilità. Non mi riferisco soltanto agli uomini achillei che rifiutano quelli meno virili perché disgustati dal fatto che “sembrino delle femminucce”, e se viene loro fatto notare si trincerano dietro “i legittimi gusti sessuali” come se essi non avessero un’eziologia e fossero del tutto estranei alle interferenze culturali sessiste.(11) Non mi riferisco neppure, per forza, allo shaming che subiscono le donne trans, che sono guardate male sia se sono troppo “mascoline”/non hanno “un buon passing” (perciò secondo alcun3 si “smascherano” come quello che non sono, uomini/si rinforza l’idea che la femminilità debba essere una specie di gara piena di competitor da sbaragliare per star meglio con se stesse, anch’esso un retaggio patriarcale) sia se sono “troppo femminili secondo gli stereotipi di genere” (perché allora vengono accusate di rinforzare una visione caricaturale e tradizionalista delle donne). E infine, non mi riferisco neppure per forza alle donne butch e le lipstick lesbians, chiamate adesso “uomini mancati/tanto vale che mi mettevo con un uomo, la vera saffica è femminile” e adesso “non convinte/troppo etero” in base alla convinzione un po’ vera un po’ falsa che un look maschile sia lo standard neutrale, comodo, umano del mondo e il look femminile un bustino stretto in cui si rinchiudono le donne non abbastanza emancipate – che ancora affligge la comunità saffica, lesbica in particolare, come retaggio mai messo abbastanza in discussione della seconda ondata di femminismo.

Sto parlando della mia esperienza, e nella mia esperienza sono stata invalidata ogni volta che mi mostravo, secondo standard esterni, “troppo” dolce, empatica, emotiva, come se questo mi rendesse infantile, meno efficace o “con troppa energia femminile” (da pagana preferisco chiamarle energie yin, che hanno una connotazione che trascende i generi perché appartengono al genere umano). Sono stata giudicata “troppo poco incisiva” quando preferivo evitare gare e competizioni puntando sul fare meglio giorno dopo giorno misurandomi solo con me stessa, e nello stesso mondo in cui la “donna forte” deve avere “le palle” (frettolosamente associate a coraggio, audacia e l’essere uomini) non sembrava una carta vincente. Sono stata ritenuta “troppo poco sexy” quando da t-shirt, felpe e jeans che dall’adolescenza servivano a nascondermi (quindi non erano una validissima rivendicazione di un abbigliamento queer) sono passata a voler stare comoda e con le scarpe basse, struccata, sì, ma comunque con gonne lunghe e magliette di un taglio più asimmetrico e sinuoso! Se nei contesti ciseteronormativi io sono ritenuta sciatta e troppo androgina, per gli standard del mondo queer sono “troppo femminile”, anche se il mio è un percorso di autodeterminazione che passa pure attraverso lo stile! Perché si sa, la donna davvero emancipata è androgina, cool, si mette solo le felpone del suo fidanzato, può anche truccarsi ma guai a lei se sembra “una principessina”.(12) Come se esistesse un percorso standard di liberazione dal patriarcato, e come se qualunque cosa facessimo noi donne e soggettività queer ci fosse del marcio. O siamo troppo, o siamo troppo poco: vero per le donne, verissimo per le persone queer, e la mascolinità tossica in tutto questo ha un ruolo di cui parliamo poco.

Il punto che voglio portare è che, sì, senza dubbio nel mondo ciseteronormativo ci criticano perché col nostro naturale modo di essere staremmo “tradendo” una femminilità presunta e imposta dai ruoli di genere… ma di fatto ci criticano anche nel mondo LGBTQIA+ perché non la tradiamo a sufficienza, laddove ritenere più degno di autorealizzazione avere “attributi maschili” è quello stesso veleno che s’è infilato dove non te lo aspetti.

Parafrasando Giulia Blasi (13), il mondo, cishet o queer, è ancora innamorato della “donna forte” e la insegue nelle serie TV, nella vita reale, e negli esempi di femmine alfa della famiglia che “negli anni Dieci sono state le prime a lavorare”. La donna forte è quella che però, di fatto, non sovverte un sistema di potere che premia la mascolinità tossica: si nutre di quello stesso veleno per dimostrarsi una preda difficile. Se sai alzare la voce come un uomo, fare a pugni come un uomo, sovrastimarti come un uomo (14), sgomitare per avere successo e distruggere la concorrenza come un uomo, allora anche tu sei degna di rispetto, e ti si “perdona” l’essere donna. Tuttavia, se non ti servi della tua posizione di prestigio per aiutare anche le altre donne, le giudichi, non le curi, non le nutri, non le proteggi, non promuovi una cultura di condivisione e rispetto di ogni individualità ma solo un individualismo sfrenato, confondi la forza con la brutalità, cerchi di incarnare la stessa triade maledetta di potere-sesso-atletismo, incolpi le donne che non sono riuscite ad arrivare altrettanto in alto in quanto manchevoli e poco furbe, sei sicuramente una che sa cavarsela (nelle maglie del patriarcato), ma non sei una femminista.

Quel paradigma avvelenato è sempre in piedi. Tu ne sei l’incarnazione. Potrebbe essere altrimenti, in un mondo capitalista che richiede alle donne di fare il doppio degli uomini per essere premiate, che sacrifica all’altare del profitto le nostre emozioni e la nostra identità a 360 gradi, incolpandoci quale che sia l’attività o la parte di noi a cui diamo la priorità? Quante riescono a resistere, ad abbracciare un cambiamento reale che non si limiti solo a giocare con i pezzi forti di quella scacchiera, ma la rovesci proprio?

In tutto questo, comunque, sono “avvelenata” anch’io. Ogni volta che cedo alla tentazione di pensare che lo spazio sia troppo piccolo per tutte le donne presenti, lotto contro la sensazione di scarcity di cui ha parlato Maura Gancitano in Leadership Femminile, e devo fare una terapia personale per trasformare l’invidia che posso provare in un desiderio che mi spinga a fare del mio meglio, senza modelli esterni con cui confrontarmi in continuazione, scoprendomi perdente o vincente a seconda dell’occhio di chi guarda, e che confondo col mio.

Una cultura di condivisione, rispetto diffuso e pluralità è sempre possibile. Dev’essere la chiave. I femminismi insegnano anche questo.

 

Proprio su quest’ultima nota vogliamo rilanciare gli unici antidoti che conosciamo. E sono straordinari esempi di uomini che propongano un lavoro di decostruzione e liberazione dal patriarcato. Oltre a The Mask You Live In (che, ricordiamolo, nonostante il contributo massiccio di educatori, testimoni e psicologi maschili è stato comunque girato da due registe) possiamo annoverare Lorenzo Gasparrini, che è uno dei pochissimi uomini a occuparsi in Italia di studi di genere e ad aver scritto libri interi sul perché il femminismo serva anche agli uomini (15). Sam Killermann, che rivendica la sua virilità fuori dagli standard in It’s Pronounced Metrosexual. (16) Jackson Katz (17), che nel suo lavoro da decenni ormai si occupa dell’argomento e in un famoso TEDxTalk spiega la sistematicità della violenza di genere affermando che sia anche un problema maschile (18). Justin Trudeau e Barack Obama, che sono leader molto meno duri, freddi e tutti d’un pezzo di come la mascolinità tossica li voglia, e tuttavia sono fulgidi esempi di dedizione al loro Paese. La mascolinità degli uomini della cultura Mosuo in Cina, di cui ha parlato Francesca Rosati Freeman in Nu Guo. Nel nome della madre (19), e che dimostrano che il patriarcato non sia universale. O la virilità della cultura Maori, che Taika Waititi ha contribuito a far conoscere ultimamente con Our Flag Means Death, in una vera e propria catarsi queer dove c’è spazio per integrare nella propria identità qualunque emozione e qualunque abilità, bollata come virile o femminile dal mondo circostante. (20)

Sono inizi che riteniamo cruciali perché gli uomini possano avere di più di un presunto codice d’onore in cui in teoria si insegnano loro disciplina, onestà e lealtà stile Top Gun, ma a conti fatti la disciplina diventa soppressione dei sentimenti, l’onestà si perde nella gloria della competizione e la lealtà significa omertà quando i propri amici fanno i bulli (e questo cameratismo malsano è l’unico esempio di cultura di condivisione a cui si riesca a pensare). (21)

La strada è ancora lunga, certo, ma la stiamo plasmando. Gli uomini che desiderano uscire dalla gabbia la stanno plasmando. Ed è quella che tutti gli esseri umani meritano di esperire. Per se stessi, gli altri uomini, le donne e le persone non binarie con cui verranno in contatto, ringraziamo questi potenti antidoti a un’esistenza che altrimenti uccide.  


Fonti:

 

  1.  https://www.epicentro.iss.it/mentale/giornata-suicidi-2020-fenomeno-suicidario-italia
  2. https://goodmenproject.com/featured-content/megasahd-five-terrors-of-being-a-man/?fbclid=IwAR11KhGDIF6qP3S9cPkuuGmEc1HT6nmIr5ZcNgtTvibmGe_T5wduI_kbkAQ
  3. https://www.valigiablu.it/femminismo-uomini/
  4. https://jennifer-guerra.medium.com/guida-ragionata-alluniverso-mra-94bd3aa5e6c6
  5. https://therepproject.org/films/the-mask-you-live-in/
  6. Cfr. la soppressione precoce del contatto fisico platonico tra uomini, che ha come effetto l’insorgere di dipendenze malsane per compensazione e il mettere troppa pressione addosso alle uniche persone dalle quali in teoria sarebbero autorizzati a chiederne, le partner: https://goodmenproject.com/featured-content/megasahd-the-lack-of-gentle-platonic-touch-in-mens-lives-is-a-killer/
  7. Cfr. l’attualissima Boiler Summer Cup per un esempio di qualcosa che esisteva da ben prima di TikTok, vale a dire la necessità di fare sesso con qualunque donna, anche le più indesiderabili per i canoni di bellezza più diffusi e che dunque dovrebbero solo ringraziare delle attenzioni, corteggiandole pur di dire di aver avuto esperienze e aver risposto alla sfida di altri uomini: https://www.repubblica.it/cronaca/2022/05/24/news/boiler_summer_cup_tiktok_che_cose-351060486/
  8. https://ilmaschiobeta.wordpress.com/2016/09/04/vuoi-che-ti-suoni-il-clarinetto/
  9. A. PELLAI, Baciare fare dire. Cose che ai maschi nessuno dice, Feltrinelli 2015.
  10. Cfr. il cortometraggio Au Bout de la Rue, che descrive la stessa sensazione di pericolo, e se vi volete male andate a spulciare anche i commenti: https://www.youtube.com/watch?v=9W7EmM9Pg38&ab_channel=MaximeGaudet
  11. Cfr. il profilo Instagram The Gay Good, che più di una volta ha denunciato la tendenza a svilire gli uomini effeminati nel mondo achilleo: https://www.instagram.com/p/CWFEmDmL0jx/
  12. Cfr. la tesi “Perché il femminismo?” di Lorenzo Gasparrini, alla voce “silenziare la femminilità”:  https://webthesis.biblio.polito.it/21769/1/tesi.pdf
  13. G. BLASI, Manuale per ragazze rivoluzionarie. Perché il femminismo ci rende felici, Rizzoli 2018.
  14. Cfr. il TEDxTalk “Perché molti uomini incompetenti sono leader?” di Thomas Chamorro-Premuzic: https://www.youtube.com/watch?v=zeAEFEXvcBg
  15. A titolo esemplificativo, proponiamo un’intervista a Lorenzo Gasparrini: https://www.pidgin.it/split/perche-il-femminismo/
  16. A titolo esemplificativo, proponiamo un famoso TEDxTalk di Sam Killerman sulla complessità del genere: https://www.youtube.com/watch?v=NRcPXtqdKjE&t=4s
  17. https://www.jacksonkatz.com/
  18. https://www.ted.com/talks/jackson_katz_violence_against_women_it_s_a_men_s_issue?language=it
  19. https://iictokyo.esteri.it/iic_tokyo/it/gli_eventi/calendario/nu-guo-nel-nome-della-madre.html
  20. https://collider.com/our-flag-means-death-piracy-toxic-masculinity-explained/
  21. Cfr. il lavoro di William Pollack, Rosalind Wiseman e ancora Jackson Katz per approfondimenti

 

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